Le manette alla Polizia Postale (parte seconda)

Dalla rete propongo la lettera di un sindacato di polizia che certamente è garanzia di serietà e veridicità dell’informazione. Ho scelto questa lettera perchè esaustiva e chiara,  indipendentemente dall’orientamento di questo sindacato.

Mi viene da pensare che poichè la Polizia Postale ha trenta anni di vita in Italia, viene oggi trattata come tutti i nostri giovani trentenni formati e preparati, che sono messi nell’impossibilità (momentanea) di lavorare per quello che hanno studiato. In questo caso però il rischio è altissimo. Se non fosse drammatico ci sarebbe, come dice Roberto Benigni,da schiantarsi dal ridere.

Penso che la società civile deve sapere cosa succede per sostenere gli appelli della Polizia Postale.

dott. Valentina Peloso Morana

 

 

Roma, 24 maggio 2012

ILL.MO CAPO DELLA POLIZIA

DIRETTORE GENERALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA

Pref. Antonio Manganelli R O M A

E PER CONOSCENZA :

AL DIRETTORE CENTRALE DELLE SPECIALITA’

Pref. Santi Giuffre’

R O M A

Illustrissimo Capo della Polizia,

mentre assistiamo ad una serie di dati allarmanti riguardanti l’Italia e il web che invitano a riflettere su come la Polizia postale sia diventata una risorsa essenziale per la sicurezza nazionale e non, il Dipartimento vuole stravolgere gli assetti dell’unica specialità della Polizia di Stato efficiente, efficace e, soprattutto, a totale carico di POSTE ITALIANE per quanto riguarda le spese di locazione, utenze, cancelleria, arredi, computer e, udi-te udite, le autovetture per presenziare il territorio.

Gli uomini e donne che fanno parte della postale hanno visto il loro lavoro aumentare notevolmente negli ulti-mi anni. Si sono dovuti adeguare e formare a nuovi tipi di reato come il cybercrime e la pedofilia informatica.

Altro compito della postale di fondamentale importanza, per il quale il Presidente della Repubblica ha conferito la me-daglia d’oro alla bandiera della Polizia di Stato, è quello delle campagne di sensibilizzazione nelle scuole ad opera degli agenti della specialità per informare i ragazzi insegnanti e genitori sui rischi e pericoli della rete, ma soprattutto i modi per sfruttare le potenzialità di internet senza correre inutili rischi.

La Polizia postale ha solo 30 anni, eppure il ruolo che è arrivata a svolgere nella sicurezza individuale e colletti-va in Italia è, oggi più che mai, fondamentale e rilevante. Creata nel 1981 per via della legge riforma dell’Amministrazio-ne della Pubblica Sicurezza come “Specialità” della Polizia di Stato, il reparto è ‘cresciuto’ passando dalle scorte ai fur-goni postali e dai servizi per conto delle poste italiane alla sicurezza della rete informatica del paese a seguito del diffon-dersi di reati come l’hacking, l’e-commerce, phishing e la pedofilia online.

Dopo la riorganizzazione e modernizzazione della Specialità nel 1998 da parte del Ministero dell’Interno, la Po-lizia postale e delle Comunicazioni ha assunto i connotati con cui la conosciamo oggi e ci viene invidiata dagli organismi investigativi delle polizie di tutto il mondo: un nucleo di esperti investigatori radicati sul territorio capaci di monitorare la grande Rete di Internet, e di agire come “sceriffi” informatici. Oggi, la Polizia postale svolge attività d’intelligence e sicurezza telematica, di vigilanza di tutti quei reati tradizionali che hanno come fine o strumento per la loro realizzazio-ne il mezzo informatico, e porta avanti investigazioni per la prevenzione e il contrasto delle attività terroristiche naziona-li ed internazionali. Una serie di compiti indubbiamente non facili da affrontare, data la mancanza di un ‘nemico’ fisico, ma soprattutto che ci riguardano personalmente, in un’era in cui social media e web sono diventati piattaforma di scam-bio predominante per la maggior parte delle nostre comunicazioni. La Polizia Postale è divenuta ormai una presenza si-lenziosa ma costante nella vita quotidiana dei milioni di italiani che sono online ogni giorno.

Sono state istituite diverse eccellenze tra cui il “Centro Nazionale per il Contrasto della Pedopornografia sulla rete Internet” oggi il punto di raccordo per la trattazione delle segnalazioni, provenienti sia da altre forze di Polizia anche straniere, sia da cittadini, da associazioni di volontariato e da Provider sugli odiosi crimini legati alla pedofilia. Il Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche), un’unità attiva h24 e volta a combattere e prevenire attacchi informatici alle strutture critiche strategiche del paese.

Una presenza importante di rapido intervento grazie soprattutto all’estensione capillare della Polizia postale su tutto il territorio nazionale. Oggi conta circa 1800 operatori, dislocati attraverso i 20 compartimenti con competenza regionale e le 80 sezioni con competenza provinciale, sotto il coordinamento della sede.

Da questi dati, verrebbe da pensare che la Polizia postale e delle Comunicazioni sia uno dei Servizi della Polizia di Stato su cui l’amministrazione voglia e debba investire di più, dal momento in cui su di essa passa una grossa fetta della sicurezza del Belpaese. Andrebbe da se il fatto che la professionalità della Polizia postale dovrebbe per principio rimanere di altissimo livello, tramite investimenti, strutture formative adeguate e supporto di enti loca-li. Ma la realtà dei fatti è tristemente diversa.

Conclusioni

La direzione centrale delle specialità sta predisponendo una riorganizzazione della Polizia postale e delle Co-municazioni soltanto nei capoluoghi di regione vanificando le professionalità acquisite in tanti anni ed il lavoro svolto in ogni singola realtà provinciale, per il quale la Polizia postale era diventata punto di riferimento e di sicurezza per ogni cittadino utente della rete.

Per quanto sopra brevemente menzionato, auspico un rapido incontro al fine di bene comprendere i confini e le finalità dell’eventuale progetto di riorganizzazione in narrativa che, allo stato attuale, stante l’assenza di compiute auto-revoli informazioni sta provocando solo sconcerto, preoccupazione e amarezza nel personale interessato.

Distintamente

Valter Mazzetti

Pedofilia e false accuse: quando l’incompetenza si veste con un camice bianco

Dalla pagina facebook del dott. Luca Steffenoni, criminologo e scrittore. Concordo con la linea di pensiero del criminologo. E come dice lui, bastava veramente solo una telecamera.

dott. Valentina Peloso Morana

 

La scuola degli orchi

di Luca Steffenoni – 29 Maggio 2012

Il Tribunale di Tivoli ha finalmente detto basta allo scempio di risorse, di decenza e di diritti civili che hanno caratterizzato l’assurda vicenda dell’asilo Olga Rovere. Un’altra assoluzione dopo tante sofferenze di presunti colpevoli

Luca Steffenoni «Assoluzione totale!!! Grazie Luca per aver contribuito con il tuo Presunto colpevole a questa vittoria della giustizia!». L’sms trilla nella mia tasca contemporaneamente al boato che si leva nel tribunale di Tivoli. La Corte ha finalmente detto basta allo scempio di risorse, di decenza e di diritti civili che hanno caratterizzato l’assurda vicenda dell’asilo Olga Rovere. Gli abusi ovviamente non ci sono mai stati.

Poi il telefono ha iniziato a squillare: giornalisti, amici, colleghi, persone che hanno provato sulla loro pelle cosa significhi essere additati come mostri, uomini e donne che si sono riconosciute nelle storie raccontate nel mio libro. E allora ho spento. Per lasciare il silenzio al posto delle ovazioni, per gustare il sapore amaro di questa pseudo vittoria, per ragionare un po’ su quanto accaduto in questi anni sul fronte dei falsi abusi, ovvero delle innumerevoli psicosi alimentate a forza da chi ha interessi economici ed ideologici per ingannare noi genitori e noi cittadini. Tutto tranne l’interesse alla sacrosanta battaglia per eliminare gli abusi sessuali dalla vita dei bambini.

Un’altra assoluzione dopo tante sofferenze dei presunti colpevoli. Come alla scuola materna Abba di Brescia, come alla scuola Sorelli, alla Carboni, alla San Filippo Neri sempre di Brescia, come all’asilo di Mombercelli in provincia di Asti, come all’asilo di Ponton in provincia di Verona, in quello di Bari, nella scuola in val Seriana, nella media Edmondo De Amicis di Luserna San Giovanni, come in quella di Zocca, o come nella folle caccia alle streghe condita da riti satanici degni di un film di Totò e snuff movie immaginari, di Massa Finalese. E la lista potrebbe continuare.
Vittoria? Boh, è la tristezza a prevalere.

Mi si dirà che la pedofilia esiste e va combattuta. Pazienza se qualche innocente ci va di mezzo, se qualcuno è morto d’infarto, se qualcuno si è suicidato, se tutti hanno perso il lavoro, se i bambini sballottati tra psicologi abusologi e genitori a caccia di risarcimenti porteranno i segni di queste storie. Pazienza se le associazioni anti abuso avranno riempito i forzieri di dubbi e incontrollati finanziamenti. La guerra santa deve continuare.

Giusto. Ma con che mezzi? Vogliamo veramente che il settore degli abusi ai minori sfugga ad ogni logica probatoria e sia gettata in pasto alla, pur comprensibile, emotività popolare? Vogliamo che si costruiscano carriere di falsi esperti psico-qualsiasi cosa, ai quali la condanna di un vero pedofilo non interessa nulla?
Per evitare Rignano Flaminio e tutte le incredibili vicende simili, sarebbe bastata una semplice telecamera. Una fottutissima telecamera da cinquanta euro. E un giudice che anziché alimentare la lobby anti-abuso, avesse avuto l’interesse a fare una vera indagine. Come si fa per qualsiasi reato.
Vittoria? In un Paese nel quale il garantismo è considerato una malattia venerea?

Forse per una volta è meglio tacere e ascoltare Gianfranco Scancarello, l’uomo che per anni è stato additato come il mostro di Rignano:
«Quello che è successo a me, può capitare a tutti. Una mattina qualcuno si alza, ti dà del pedofilo, e senza che vengano fatte verifiche preliminari, in modo tale da avere dei dati oggettivi, sui quali spedirti in galera…. Questo che è capitato a me, può capitare a tutti. E io credo che la garanzia di un paese civile sia tutta qua: nella certezza, sì, delle pene di cui tanto si sente parlare in questi giorni, ma anche nella certezza del diritto. Nel dovere dell’obiettività della magistratura, prima che compia qualsiasi gesto. Perchè altrimenti, se saltano queste regole, è saltato tutto. Noi non siamo più sessanta milioni d’italiani, cittadini di una repubblica, ma siamo sessanta milioni di sudditi. Che è ben diverso».

Le manette alla Polizia Postale

Quando vi dico o scrivo che i pedofili si difendono bene e sono protetti dalla rete criminale, lo faccio sulla base dello studio dei fatti concreti e degli insegnamenti dei miei punti di riferimento scientifico. Mi è giunta notizia dal web che vogliono diminuire sedi operative della polizia postale italiana, che sappiamo tutti si occupano di pedofilia ma anche di truffe, frodi e tutto ciò che riguarda la criminalità via internet. Per quanto riguarda la pedofilia, in Italia la Polizia Postale è tra i pochi gruppi in grado di stanare i pedofili e contrastare il fenomeno, perchè è preparata a fare le trappole ed è in relazione con gli altri investigatori del mondo. Perciò ha la possibilità di scambiare informazioni scientifiche. Invece dal punto di vista investigativo fuori dal web, siamo troppo pochi a praticare la prassi e a lottare per migliorare le cose. E’ evidente che levare la libera azione alla Polizia Postale significa mettere ostacoli alla nostra lotta in difesa dei bambini e ragazzi, e non avvantaggia di certo i loro diritti ma il letame del sistema. In natura il letame serve per dare forza alla terra. Il letame del sistema dà forza all’orco cattivo delle favole.

Di seguito pubblico l’articolo che rappresenta concretamente quello che dico. Abbiamo bisogno di divulgare questa notizia apparsa sulla pagina ufficiale facebook  Polizia Postale Official Web Site Fan , anche fuori dalle mura italiane. La pedofilia è internazionale, allora rendiamo internazionale anche l’informazione in merito. Chiedo agli italiani che accedono sulla pagina del nostro blog da molte parti del mondo ( abbiamo accessi da gran parte dell’ Europa, dal Messico, dall’Africa e dagli Stati Uniti, siamo contentissimi oltre che un pò stupiti) di divulgare tra la gente della società civile questa notizia nei Paesi in cui vivono. Per aiutarci a far emergere il problema. Che riguarda tutti gli italiani e anche gli stranieri che  vivono in Italia, come potrete capire leggendo qui sotto.

dott. Valentina Peloso Morana

Messaggio importante per tutti gli iscritti della pagina “Polizia Postale Official Web Site Fan” e non solo….

pubblicata da Polizia Postale Official Web Site Fan il giorno lunedì 21 maggio 2012 alle ore 12.08 ·
 

Andrea Mavilla 21 Maggio 2012 ore 11:15

 

Buongiorno amici, non vi nascondo che oggi sono deluso, amareggiato, arrabbiato nel ricevere numerose e-mail da vari agenti della polizia postale che mi fanno presente un fatto alquanto sgradevole.

 

Purtroppo le voci che giravano nei mesi scorsi, sull’eventualità di una riorganizzazione della Polizia Postale E Delle Comunicazioni  è ufficiale.

 

La polizia delle comunicazioni è presente su tutto il territorio nazionale attraverso i 20 compartimenti, con competenza regionale, e le 80 sezioni con competenza provinciale.

 

Cosa intendiamo dire quando parliamo di compartimenti, e quando parliamo di  sezioni?

 

Come scritto poc’anzi i “compartimenti” sono collocati nelle principali regioni italiane, le  “sezioni” invece sono collocate in zone distanti dai capoluoghi di regione, per poter  garantire ed accogliere i cittadini provenienti dai comuni  più distanti.

 

Cosa comporta ai comuni cittadini la chiusura delle sezioni?

 

Voglio farvi un semplice  esempio, per poter capire il disagio che verrà causato a NOI comuni cittadini;

 

La signora “Maria” è stata appena truffata, vive in un piccolo paesino della  Campania “Casolla in provincia di Caserta”, per poter segnalare ed esporre il suo problema  dovrà recarsi alla Polizia Postale di Napoli che dista solamente 42,8 km.

 

Marco invece vuole segnalare un caso di pedofilia, lui vive nella bellissima città di Ferrara, per segnalare ed esporre il suo problema dovrà recarsi alla polizia postale di Bologna che dista solamente 53,1 km.

 

 Cari amici vi è chiaro il concetto?

 

In poche parole un cittadino che vive nelle  città lontane dai capoluoghi di provincia, per esporre una denuncia/segnalazione dovrà farsi  all’inciviltà 40 km (se gli andrà bene).

 

Sul sito ufficiale della polizia postale e delle comunicazioni potrete leggere in evidenza il seguente messaggio:

 

L’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha reso indispensabile l’uso di Internet quale mezzo di scambio di informazioni, di accesso alle grandi banche dati, di esecuzione di transazioni e disposizioni finanziarie, di ideazione e creazione di nuove attività professionali.

 

La rapida diffusione dell’uso di Internet ha ben presto messo in evidenza i punti di debolezza della Rete stessa, in particolar modo con riferimento alla sicurezza informatica.

 

 Quindi in un’era dove  Internet viene sempre più usato da  a milioni di utenti, che condividono, diffondono, scaricano, acquistano materiali di ogni genere in Italia cosa succede?

 

 Piuttosto che aumentare il livello di sicurezza informatico garantendo ai cittadini la presenza costante della polizia postale, andiamo ad eliminare e diminuire un corpo di polizia che attualmente viene sempre più richiesto daicomuni  cittadini di tutt’Italia “e non solo”

 

Scusatemi ma io tutto ciò semplicemente “”"vergognoso”"”.

 

Andrea.

 

Ennesimo attacco al dott. Antonio Guidi

Ecco quello che succede a chi come il dott. Antonio Guidi, cerca di chiarire per aiutare le persone. Lui aiuta la gente della società civile, difende i loro diritti. La società civile dovrebbe cominciare a informarsi per appoggiore questo coraggioso dottore. Intanto con l’informazione.

Dalla rete

Comune, minacce ad Antonio Guidi
“Ho ostacolato interessi privati”

Sono sempre più frequenti le minacce contro il delegato del sindaco alla disabilità. L’ultima, in ordine di tempo, una lettera anonima che l’onorevole ha ricevuto nel pomeriggio di ieri. Guidi: “Tutto questo accade nell’assoluto silenzio degli amministratori per i quali lavoro” DI ANNARITA CARBONE

Sono sempre più frequenti le minacce contro l’on. Antonio Guidi, attualmente delegato del sindaco del Comune alla disabilità. L’ultima, in ordine di tempo, una lettera anonima che l’onorevole ha ricevuto nel pomeriggio di ieri .
Questa mattina, in una nota lanciata via facebook, Guidi si sfoga così: “In questo difficile percorso all’interno del Comune di Roma, dove pochissimo di quello che propongo viene concretizzato, sto incontrando sempre più spesso minacce inquietanti. Prima una intimidazione con scasso nella mia abitazione, poi una serie di telefonate anonime ed inquietanti. Adesso una mail che in realtà non critica il mio operato ma rivela una profondissima ostilità nei miei confronti e di chi lavora con me. Tutto questo accade per il mio impegno, per abbattere i pregiudizi e migliorare i servizi del Comune di Roma ma nell’assoluto silenzio degli amministratori per i quali lavoro”.

“HO OSTACOLATO INTERESSI PRIVATI” – Tutto iniziò circa due anni fa, quando l’impegno di Antonio Guidi come delegato del sindaco Gianni Alemanno alla disabilità si concretizzo nel cercare di abbattere tutte le barriere architettoniche presenti nella zona dell’intero centro storico di Roma. “Già all’epoca – dichiara Guidi – con queste mie proposte, ho ostacolato interessi di privati. Probabilmente è anche per questo che non sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo, di mettere a norma il centro storico”.
Quando iniziarono le minacce verbali, scattò anche la denuncia alla polizia. Alla denuncia seguì una irruzione nel suo appartamento. Gli incursori misero a soqquadro la casa ma non portarono via alcun oggetto. Elemento che confermò l’azione, non di un ladro, bensì di una o più persone violente.

IL PROGRAMMA DI PROTEZIONE- La polizia ritenne si trattasse di minacce pericolose e per questo all’on. fu assegnato un programma di protezione. Manifestazioni di appoggio arrivarono anche dal Consiglio Comunale che espresse solidarietà nei confronti di Guidi e promise un potenziamento della sua attività, con un ordine del giorno approvato all’unanimità. Di li a breve sarebbero dovuti arrivare i mezzi per tale potenziamento, ma come egli stesso ci conferma nell’inervista di questa mattina, ciò non è avvenuto. “La situazione è andata sempre peggiorando, sia perché si lavora nel più totale menefreghismo dei colleghi, sia perché sono aumentate le minacce”.

LA LETTERA ANONIMA – Minacce che Guidi definisce inquietanti. Nella lettera anonima ricevuta ieri si leggono parole come: ricattatore, folle, pericoloso. E questo, dice Guidi :”la dice lunga. E’ evidente che sono minacce dirette non a me in quanto persona, ma in merito alla mia attività. C’è la possibilità che la mia attività, legata alle cooperative, alla
mobilità, possa aver impattato qualche interesse privato forte o c’è anche la possibilità che una persona che ha un ruolo più evidente di altri, diventi il capro espiatorio”.

L’on. Guidi prosegue raccontando brevemente la sua carriera politica, iniziata nel 1960. Ex sindacalista, ci spiega che “E’ importante cercare nel dissenso, perché è proprio nel dissenso che i politici possono cercare di capire i bisogni delle persone che manifestano talvolta civilmente, talvolta meno, soprattutto oggi. Io sono perfettamente d’accordo sul recepire il dissenso, ma quando il dissenso diventa minaccia, è evidente che c’è qualcosa che non va.”
Ha dei sospetti su chi possa averle spedito la lettera? Pensa sia la stesa persona che effettua le telefonate anonime?
“Ci sono tante teorie sulle minacce pervenute. La mia teoria è che esiste qualche folle che è diventato portavoce di interessi di altri. Se qualcuno minaccia, gli altri si aggregano anche se spesso, la minaccia di altri non è simbolo di cattiveria ma solo di disperazione. Di fronte a questi sciocchi che mi minacciano non posso far altro che chiedere alla Politica un intervento forte.”
Può dirci da chi proviene la mail che rivela una profonda ostilità nei suoi confronti o almeno da quali file politiche?
“La mail proviene certamente da chi è deluso, da chi ha avuto fiducia nell’Amministrazione comunale e poi è stato tradito. Da una parte c’è la disperazione per un disagio di vita forte. Dall’altro ci sono io che premo per un cambiamento. Quando questo cambiamento non avviene o avviene troppo lentamentente, ecco che si innesca un meccanismo pericoloso. Io, sapendo il ruolo che ho sempre avuto in fasi diverse della mia vita, mi assumo anche l’onere del rischio. Ciò che più mi ferisce però è la delusione dei cittadini e l’indifferenza della politica.”
Pensa che riducendo i costi della Politica si possa fare di più per la città e per i disabili?
“E’ molto difficile e complicato il processo di riduzione della spesa pubblica secondo la legge. Credo che la riduzione anche a scopo esemplare, debba provenire dalla coscienza dei singoli politici. Mi sembra che a Roma si sappia rinunciare a molto poco. Pensiamo solamente alle mega feste che si fanno a Roma per celebrare non l’evento ma le persone stesse che vi partecipano. Centinaia e centinaia di milioni di euro sprecati”.

Un esempio concreto, Antonio Guidi lo ha già dato quando, nel dicembre del 2011, rinunciò all’autista ed all’auto che gli spettavano in qualità di delegato del sindaco. All’epoca dichiarò “Spero che auto e autista vengano assegnati ad un’associazione per disabili e non finiscano tra i giochi di potere dei furbetti di quartierino e vigilerò che questo non accada, perché ciò a cui si rinuncia deve essere utilizzato nel miglior modo possibile, deve avere una destinazione precisa”.

Ma il gesto, secono l’onorevole, non è stato ben accetto dall’attuale amministrazione.“Ho premuto il dito sulle coscienze di persone che non sanno rinunciare a tanto spreco e a tanto narcisismo. Qualcuno, sulla scia del mio gesto ha dovuto rinunciare all’autista. Ecco perché dico che, a mio avviso il gesto è stato vissuto, da alcuni, con fastidio”.

di Annarita Carbone

Le belle e le bestie

Quanta violenza nel mondo

Dalla rete

Liverpool: nove uomini pakistani condannati per violenza sessuale di gruppo a danno di 5 minorenni

Posted by on mag 10th, 2012 and filed under Prima Pagina. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

 

LIVERPOOL, 10 MAGGIO 2012- Nove uomini di origine pakistana sono stati giudicati colpevoli da una Corte del Liverpool per violenza sessuale di gruppo a danno di ragazze minorenni, prelevate dalle case di accoglienza nel Nord dell’Inghilterra. Le vittime, cinque ragazzine bianche, venivano “condivise” tra Kabeer Hassan, Abdul Aziz, Abdul Rauf, Mohammed Sajid, Adil Khan, Abdul Qayyum, Mohammed Amin, Hamid Safi (ed un uomo di 59 anni che non può essere nominato per questioni legali) nei pressi di Rochdale, nell’Alto Manchester. I colpevoli, tassisti e fattorini di take-away di età compresa tra i 22 e i 59 anni, sono stati condannati per stupro, traffico di minori e pedofilia per un totale di 77 anni di prigione, dopo 11 settimane di processo. Le ragazzine che frequentavano i kebab shop a notte fonda, venivano adescate dagli uomini con la promessa di cibo, sigarette o carte di credito telefoniche, drogate o ubriacate e poi trasportate in appartamenti, pub, negozi di kebab e taxi di Greater Manchester, Lancashire e West Yorkshire. “All’inizio ho pensato che era una figata perché non era successo nulla, nulla di sessuale” spiega una delle vittime “mi hanno rubato tutta la mia dignità e il mio piccolo, ultimo, senso di autostima e alla fine non ho provato più alcuna emozione perché sono stata usata e abusata tutti i giorni” – si legge sull’Indipendent. Tuttavia, una delle difficoltà maggiori nell’accertamento del reato è che una delle cinque vittime continuava ad insistere di fronte alla corte che l’uomo non aveva fatto nulla di male, poiché era il suo “ragazzo”.
La prima denuncia relativa a questi abusi era stata sporta nel 2008: una quindicenne venduta per sesso da una gang di tassisti del Manchester. Tuttavia la vittima non era stata creduta dalle forze dell’ordine, degli assistenti sociali e della Procura della Corona. Solo nel 2010, il prosecutor Nazir Afzal ha deciso di riaprire l’inchiesta. A seguito della sentenza di condanna,la Indipendent PoliceCompaint Commission ha deciso di aprire un’indagine in merito all’inattività delle forze dell’ordine di fronte alla denuncia iniziale.
Secondo il Times la vicenda avrebbe contorni molto più vasti di quelli emersi durante il processo: si parla di più di 600 ragazze minorenni oggetto di violenza sessuale della gang di pedofili, prelevate dalla casa-famiglia negli ultimi 5 anni. Due di loro, affidate a istituzioni a Manchester e Rochdale, sarebbero addirittura morte in seguito agli stupri. Altre due sono rimaste incinte. Una, di appena 13 anni, ha abortito. Gli uomini, molti dei quali sono sposati con prole, con le famiglie nei loro paesi d’origine, si dichiarano convinti della maggiore età delle ragazze, o del fatto che stessero lavorando come prostitute. Era infatti spesso il danaro, il compenso per il loro silenzio. La giuria però ha dovuto ascoltare una realtà differente, di una gang ben organizzata, con alcuni che si occupavano di adescare le vittime, altri di trasportarle, sotto il comando di un leader, Abdul Aziz, detto “the Master”.

Il giudice, Mr Justice Clifton, leggendo il verdetto, ha esternato:  “Erano terreno di caccia perché non appartenevano alla vostra comunità, alla vostra religione”. Parimenti, il Procuratore ha osservato che alla base del reato c’è “un bagaglio culturale importato di uomini che considerano le donne una specie inferiore.” E aggiunge “Era la disponibilità di ragazzine bianche vulnerabili ad attirare questi uomini malvagi, ma questo non diminuisce di un grammo la loro colpevolezza”.
La sentenza è stata accolta positivamente dalla English Defense League, l’organizzazione anti-islamica inglese, che ha manifestato per sottolineare come questa vicenda sia il frutto della cultura islamica. Tuttavia, secondo altri, la maggioranza dei reati sessuali in Gran Bretagna resta commesso da maschi bianchi. Certo è che nei paesi del  Nord dell’Inghilterra c’è un problema sociale evidente, in cui la cultura musulmana e quella anglosassone fanno fatica ad integrarsi, a causa delle condizioni di disagio di entrambi. Immigrati, non integrati nel paese, i primi; senza educazione e abbandonate a sé stesse le ragazzine che popolano le numerose case- famiglia. Una vicenda che si consuma ai margini della società, a causa di una profonda e devastante incomprensione culturale. CLARISSA MARACCI

Intervista al prof. Marino Maglietta sul condiviso-bis

Nota.  Oggi presentiamo un’ intervista recente al prof. Maglietta che è il padre della legge 54/06. Per continuare a informare e a chiarire sullo stato delle cose in merito alle separazioni e ai bambini. Trattasi di informazione a carattere scientifico.

 

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EDITORIALE

Affido condiviso: questo sconosciuto. Dubbi e speranze. Verso l’Affido condiviso bis?

Intervista al Prof. Marino Maglietta, estensore del testo base della Legge 54/2006

Nonostante le statistiche ufficiali mostrino un incremento “teorico” dell’applicazione del c.d. affido condiviso (entrato in vigore nel 2006), nella realtà accade che i figli minori vengano ancora affidati con modalità pressoché “esclusive” ad uno dei due genitori (in genere la madre). La situazione è così evidente che il nostro Legislatore si è dovuto premurare di tornare sull’argomento, attraverso alcuni disegni di legge che, in via di approvazione (si spera entro la fine di questa legislatura: c.d. “affido condiviso-bis), dovrebbero consentire un’applicazione più certa di questo istituto che, al dunque, non potrebbe che giovare, in primis, a quei figli minori che hanno l’unica colpa di avere i propri genitori separati.

L’INTERVISTA
Nei giorni scorsi, ho avuto il piacere di intervistare il Prof. Marino Maglietta, docente universitario presso l’Università di Firenze (Facoltà di Ingegneria), da anni impegnato nello studio e nell’analisi dei problemi socio-giuridici, con particolare attenzione per la famiglia in crisi. Impegno che lo ha portato, nel 1993, a fondare l’associazione nazionale “Crescere Insieme”, della quale è tutt’ora presidente, e ad essere ideatore dell’affidamento condiviso dei figli ed estensore dei testi base considerati nelle varie legislature, che hanno condotto alla legge 54/2006.

Professor Maglietta, ad oggi qual è l’effettiva applicazione della legge?
“Il rispetto della chiarissima volontà del legislatore è assolutamente residuale. I pilastri della riforma – frequentazione bilanciata, diritto del minore a ricevere le cure di entrambi i genitori e forma diretta del mantenimento – sono ignorati o clamorosamente contraddetti. E la cosa più grave è che in prima fila sta proprio la Suprema Corte, le cui pronunce sono non solo metagiuridiche, ma anche profondamente illogiche”.

Come spiega questa “resistenza mentale”, che ben si appalesa in provvedimenti i quali, anche nella terminologia usata, si rifanno, sostanzialmente, alla vecchia normativa e all’affido esclusivo (assegno di mantenimento, diritto di visita..ecc..)?
“Oltre ai motivi di ritardo culturale (non a caso, salendo di grado di giudizio e, parallelamente, di età dei magistrati, la situazione peggiora decisamente) è probabile che la perdita di potere discrezionale non rallegri il giudice, soprattutto se si accompagna alla necessità di lavorare di più. Mettere fine alle sentenze copia e incolla non può far piacere. E’ comprensibile”.

In tal senso, come giudica l’eventuale introduzione della c.d. responsabilità civile dei magistrati, con riguardo alla violazione manifesta del diritto?
“Del tutto favorevolmente, ma sarà molto difficile arrivarci. Un notissimo magistrato ha dichiarato su un canale televisivo nazionale che il provvedimento non deve passare, altrimenti “i magistrati perderebbero la serenità”. Propongo la stessa cosa per i chirurghi, così potrebbero operare a cuor leggero: “dove taglio taglio”.

Accennava prima al “mantenimento diretto”: questo sconosciuto. Eppure si diminuirebbe di gran lunga, probabilmente, la litigiosità tra gli ex partner…
“Certamente, ma vuol mettere quanto si fa prima a scrivere una cifra, piuttosto che sforzarsi di individuare appropriati capitoli di spesa?”

A proposito di eccessiva litigiosità: in diverse pronunce, la Suprema Corte, anche qui forzando, se non addirittura “inventando”, il dato normativo, si è espressa in una sostanziale impossibilità che il Giudice disponga l’affido condiviso, dovendo privilegiare, di contro, e sempre nel presunto interesse del minore, l’affido esclusivo. Non si corre il rischio, allora, che certe situazioni possano essere artatamente create, al fine di vedersi affidato il figlio in maniera esclusiva? D’altronde, è già ben noto, purtroppo, il fenomeno delle denunce “strumentali” (alias “inventate”)…
“La cosa più triste è che questa “interpretazione “ della legge non è neppure univoca. Continuamente gli Ermellini lo dicono e poi se lo rimangiano, con buon pace della certezza del diritto”.

Una domanda che interessa molti: qual è lo “stato dell’arte” della legge sul c.d. affido condiviso bis?
“Dorme il sonno del giusto al Senato”.

Certo, nel caso questa legge fosse approvata, bisognerebbe vigilare, anche lì, sulla effettiva e concreta applicazione della stessa…
“Di questo sono meno convinto. Certo, vigilare sempre, ma la formulazione del condiviso bis offre poche scappatoie. Bisognerebbe proprio violare scientemente e sfacciatamente la legge”.

Personalmente, da avvocato, ritengo che quando una persona si rivolga a me per una questione inerente il “Diritto di Famiglia”, debba io, almeno in prima istanza, dismettere i panni di difensore di parte “a prescindere” e cercare di essere, innanzitutto, un mediatore tra le parti: ciò, a mio avviso, nel vero interesse del minore. Perché la Mediazione (che in altri Paesi che adottano l’affido condiviso in maniera più incisiva, è un istituto pienamente applicato) da noi stenta a decollare?
“Azzardo una spiegazione: per le stesse ragioni che hanno penalizzato il condiviso. Le liti nascono dalle iniquità (nel senso etimologico del termine), quindi una legge che predica rapporti equilibrati, separazione delle competenze e – addirittura – l’obbligo di farsi spiegare che c’è chi potrebbe aiutarti a non litigare non può essere gradita agli operatori del conflitto”.

Ad ogni buon conto, e per fugare ogni dubbio circa l’equiparazione dei bambini a dei “pacchi postali”, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, nell’audizione tenutasi presso la Commissione Giustizia del Senato, nel novembre scorso, ha dichiarato: l’affidamento condiviso, laddove applicato rigorosamente, comporta maggiori benefici per la salute dei figli...
“Non è una domanda, ma capisco che lei vuole il mio assenso e io glielo do volentieri”.

dell’avvocato Marco Valerio Verni

- 24 Aprile 2012

  
Dott. Marco Valerio Verni Articolo scritto da Avv. Marco Valerio Verni
Redazione TevereNotizie.com

Radio Namaskar e le donne di Orissa

Alice nel Paese del Genoma promuove conoscenza. La conoscenza è internazionale. Le donne sono fenomenali veicoli di informazione e conoscenza. A seguire un articolo di Daniela Bandelli, esperta di comunicazione.

Voci di cambiamento in onda radiofonica

pubblicata da Daniela Bandelli il giorno lunedì 16 aprile 2012 alle ore 17.15

Eccomi in Orissa con le ascoltatrici di Radio Namaskar, un anno fa. Al ritorno dal villaggio Kunanga scrissi a un amico:
“Sono quei momenti in cui ho la conferma che è questo ciò che voglio fare ancora e ancora: parlare con le persone che vivono una realtà diversa dalla mia, sedere con loro e farmi riscaldare dalla loro curiosità e ospitalità. Per poi scrivere delle loro vite e farle conoscere a chi questa opportunità di conoscenza non ce l’ha. Sono quei momenti di felicità in cui sento l’amore per la vita. In mezzo a queste donne che trillano il canto tradizionale di accoglienza, sono me stessa. Non so cosa queste persone ricaveranno dalla mia presenza, forse niente di più del piacere di un incontro con un essere umano diverso, come è stato per me. E in fondo, va bene così, una vita fatta di incontri con l’umanità ha un senso“.

Ringrazio Rocca per aver pubblicato l’articolo.

Vestono sari di cotone leggero, un poco sbiaditi dal sole e dalla polvere dell’Orissa tropicale. Gentili, mi fanno sedere a gambe incrociate sotto il portico di una semplice abitazione di mattoni. Sono in compagnia di un gruppo di donne indiane di Kunanga, nel distretto di Puri, a pochi chilometri dal maestoso Tempio del Sole di Konark, sul Golfo del Bengala. A due passi dal monumento hindu, uno studio radiofonico dalle pareti turchesi, dove si entra a piedi scalzi, trasmette le voci di chi nei media tradizionali non trova spazio: la gente povera dei villaggi. Si tratta della prima emittente comunitaria dell’Orissa, vincitrice del premio Manthan 2011, dedicato alle migliori iniziative digitali per lo sviluppo e l’inclusione sociale nell’area SAARC. Il suo nome è Radio Namaskar, come il saluto formale che si porge a mani giunte sul petto per onorare l’essenza di ogni individuo.”

Per continuare a leggere l’articolo “Voci di cambiamento in onda radiofonica”, Rocca 1 aprile 2012:

http://www.docstoc.com/docs/118873594/?key=M2YwMzE5MGUt&pass=OTc3MC00MmVk

L’alveare del pensiero psicologico

La vera “scienza spazzatura” è negare la PAS – Linda J Gottlieb

 
Linda J Gottlieb

E’ “scienza spazzatura” quella di chi afferma che la PAS è “scienza spazzatura”!
Citare le pochissime pubblicazioni che rifiutano la PAS significa fingere di essere ciechi sulla preponderanza del supporto scientifico e dell’evidenza derivante in tutto il mondo dalla pratica professionale nel campo della salute mentale e della mediazione familiare.
Il sostegno alla PAS è ben documentato da Baker, 2007; Barden, 2006; Gottlieb, 2012; Kopetski, 2006; Lorandos, 2006; Lowenstein, 2006; Sauber, 2006; Steinberger, 2006; Warshak, 2001, 2006, 2010; solo per citare una piccola parte degli autori.
In effetti nel mio libro del 2012 “The parental alienation syndrome: A family therapy and collaborative systems approach to ameleioration” io stessa ne documento l’esistenza con il resoconto completo preso dalla mia attività professionale del trattamento di 56 bambini in 32 famiglie. E c’erano, purtroppo, molti altri casi che non sono stati inclusi per problemi di spazio.
Lo schema relazionale caratteristico della PAS – una alleanza transgenerazionale tra un genitore e il figlio per la denigrazione e il rifiuto dell’altro genitore – venne per la prima volta osservata negli anni 50 a livello ospedaliero dagli psichiatri infantili: Nathan Ackerman (1958, 1961, 1965); Murray Bowen (1971, 1978); Don Jackson (1971); Salvador Minuchin (1974, 1978, 1981, 1993, 1996; et al.), che più tardi fondarono il movimento della “family therapy”, che svolsero osservazioni e scrissero estesamente su questo schema di interazione familiare. Murray Bowen (1971, 1978) lo definì “triangolo patologico” e Jay Haley (1963, 1968, 1973, 1977, 1990) lo chiamò “il triangolo perverso”, affermando che,in casi estremi, era causa di psicosi nel bambino.
Questa lunga storia documentata sulla “triangolazione” è stata estesamente validata da una seconda generazione di terapisti familiari (Andolfi 1983, 1989; Angelo, 1983; Boscolo, 1987; Nichols, 1992, Gottlieb, 2012 et al.), anche se gli psichiatri e gli specialisti di terapia familiare del movimento “family therapy” non hanno mai applicato l’etichetta “sindrome di alienazione familiare” a questo schema interazionale. Ma, insomma, quando ci sono più di 60 anni di dati, ricerche e documentazione, non ci si può formalizzare su un nome!

References
Ackerman, N. W. (1958). The psychodynamics of family life. New York, NY: Basic
Books.
Ackerman, N. W. (1961). The emergence of family psychotherapy on the present scene.
In M. I. Stein, (Ed.), Contemporary psychotherapies. Glencoe, IL: Free Press.
Ackerman, N. W., & Franklin, P. (1965). Family dynamics and the reversibility of
delusional formation: A case study in family therapy. In I. Boszormenyi-Nagy & J.
Baker, A. (2007). Adult children of parental alienation syndrome. New York, NY:
Norton.
Barden, R. C. (2006) Protecting the fundamental rights of children and families: Parental
alienation syndrome and family law reform. In R. Gardner, R. Sauber, & L. Lorandos
(Eds.), International handbook of parental alienation syndrome (pp. 419-432).
Springfield, IL: Thomas.
Bowen, M. (1971). The use of family theory in clinical practice. In J. Haley (Ed.),
Changing families: A family therapy reader (pp. 159-192). New York, NY: Grune &
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Bowen, M. (1978). Family therapy in clinical practice. New York, NY: Jason Aronson.
Clawar, S. S., & Rivlin, B. V. (1991). Children held hostage: Dealing with programmed
and brainwashed children. Chicago, IL: American Bar Association.
Gottlieb, L. (2012). The parental alienation syndrome: A family therapy and
collaborative systems approach to amelioration. Springfield, IL.: Charles. C. Thomas.
Haley, J. (1963). Strategies of psychotherapy. (1st ed.) New York, NY: Grune & Stratton.
Haley, J., & Hoffman, L. (Eds.). (1968). Techniques of family therapy. New York, NY:
Basic Books.
Haley, J. (1971). Changing families. New York, New York: Grune & Stratton.
Haley, J. (1973). Uncommon therapy. New York, NY: Norton.
Haley, J. (1977). Toward a theory of pathological systems. In P. Watzlawick & J.
Weakland (Eds.), The interactional view (pp. 37-44). New York, NY: Basic Books.
Haley, J. (1990). Strategies of Psychotherapy, Rockville, MD: The Triangle Press.
Houchin, T., Ranseen, J., Hash, P., Bartnicki, D. (2012). The parental alienation debate
belongs in the courtroom, not in DSM-5. Journal of the American Academy of
Psychiatry and the Law,40(1) pp. 127-131.
Jackson, D., & Weakland, J. (1971) Conjoint family therapy: Some considerations on
theory, technique, and results. In J. Haley (Ed.), Changing families (pp. 13-35). New
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Kopetski, L. (2006). Commentary: Parental alienation syndrome. In R. Gardner, R.
Sauber, & D. Lorandos (Eds.), International handbook of parental alienation
syndrome (pp. 378-390). Springfield, IL: Thomas.
Lorandos, D. (2006). Parental alienation syndrome: Detractors and the junk science
vacuum. In R. Gardner, R. Sauber, & D. Lorandos (Eds.), International Handbook of
Parental Alienation Syndrome (pp. 397-418). Springfield, IL: Thomas.
Lowenstein, L. (2006). The psychological effects and treatment of the parental alienation
syndrome. In R. Gardner, R. Sauber, & D. Lorandos (Eds.), International handbook of
Minuchin, S. (1974). Families and family therapy. Cambridge, MA: Harvard University
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Minuchin, S., with Baker, L., & Rosman, B. (1978). Psychosomatic families: Anorexia
nervosa in context. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Minuchin, S., with Fishman, C. (1981). Family therapy techniques. Cambridge, MA:
Harvard University Press.
Minuchin, S., with Nichols, M. (1993). Family healing. New York, NY: The Free Press.
Minuchin, S., with Lee, W., & Simon, G. (1996). Mastering family therapy. New York,
NY: John Wiley & Sons.
Sauber, R. (2006). PAS as a family tragedy: Roles of family members, professionals, and
the justice system. In R. Gardner, R. Sauber, & D. Lorandos (Eds.), International
Handbook on Parental Alienation Syndrome (pp. 12-32). Springfield, IL: Thomas.
Steinberger, C. (2006). Father? What father? Parental alienation and its effect on
children. Law Guardian Reporter, 22 (3). New York, NY: Appellate Divisions of the
Supreme Court of New York.
Warshak, R. (2001). Current controversies regarding parental alienation syndrome,
American Journal of Forensic Psychology, 19(3), 29-59.
Warshak, R. (2006). Social science and parental alienation: Examining the disputes and
the evidence. In R. Gardner, R. Sauber, & D. Lorandos (Eds.), International
handbook of parental alienation syndrome (pp. 352-371). Springfield, IL: Thomas.
Warshak, R. (2010). Divorce poison. New York, NY: Harper.

Inchiesta a Napoli sulle case famiglia

Per continuare a informare sui movimenti delle case famiglia e affini, pubblichiamo un articolo che riguarda un’iniziativa del Comune di Napoli per chiarire gli istituti degli affidi.

Bambini in cambio di fondi
inchiesta sulle case famiglia

In azione gli agenti della polizia municipale del comandante Sementa: sequestrati atti negli uffici comunali. L’assegnazione dei minori veniva pilotata dai funzionari pubblici a favore di alcune strutture che lucravano sui finanziamenti

Bambini in cambio di fondi  inchiesta sulle case famiglia Il sequestro dei documenti (foto agnfoto)

 
 
 


Bambini usati come merce di scambio per lucrare sui fondi del Comune di Napoli destinati all’accoglienza residenziale dei minori provenienti da famiglie disagiate della città. Questo il sistema criminale che emerge dalle indagini della polizia municipale, in cui risultano coinvolti funzionari del Comune, impiegati negli uffici per le Politiche sociali, e titolari di case famiglia della città.

Sequestrati – su iniziativa del generale della polizia municipale partenopea Luigi Sementa – atti e documentazione negli uffici comunali del Servizio per le Politiche sociali. Un’attività di controllo decisa per delineare la vastità del fenomeno e l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti nell’affare. Numerosi i casi scoperti di fatture presentate più volte a saldo di una singola prestazione, come numerose sono anche le manomissioni alla documentazione contabile presentata per l’erogazione dei fondi.

Le indagini hanno anche appurato che l’assegnazione dei minori nelle varie strutture sarebbe stata pilotata a favore di alcune strutture: canali privilegiati offerti a specifiche case famiglia costituiti dai funzionari comunali indagati per trarne benefici. In più è stato accertato che l’offerta educativo/assistenziale praticata era stata diversa e comunque inferiore a quella poi documentata per l’ottenimento dei fondi.

L’assessore alle Politiche sociali di Napoli, Sergio D’Angelo, ha ricordato che le indagini hanno preso inizio da una denuncia dell’amministrazione partenopea: “Abbiamo offerto alla

magistratura massima collaborazione – ha detto – e continueremo a farlo” affinché “si faccia piena luce sulla vicenda – aggiunge l’assessore – che, però, non deve offuscare il prezioso lavoro sociale che tanti operatori pubblici e del Terzo settore hanno svolto e continueranno a svolgere”.

“Da anni chiediamo chiarezza e trasparenza – dicono i rappresentanti del comitato ‘Il welfare non è un lusso’, a cui fanno riferimento oltre duecento organizzazioni di settore – il paradosso consiste nel fatto che mentre c’è chi lucra sulla pelle dei minori i nostri centri d’accoglienza non percepiscono finanziamenti dal novembre del 2009″.

“Molti centri sono stati costretti a chiudere i battenti e altri hanno accumulato debiti ben oltre le loro possibilità di sopportazione – proseguono – quanto sta emergendo dalle indagini non rappresenta di sicuro il nostro settore fatto di gente che, anche senza stipendio, assiste da anni i più deboli, a partire proprio dai bambini”.

(23 febbraio 2012)

 
 
 

Quando uno scarafaggio crede di essere uno scarabeo

Il seguente articolo l’ho preso dal sito di Adiantum. Ne condivido tutti i passaggi e tutte le domande poste. Ho anch’io una domanda:

Chi controlla i controllori?

dott. Valentina Peloso Morana

Nella casa famiglia di Montalto nelle Marche qualcuno sta volando sul nido del cuculo

In Primo Piano

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Nella casa famiglia di Montalto nelle Marche qualcuno sta volando sul nido del cuculo
 

01/04/2012 – 11.32

Negli ultimi giorni, chi ha letto le notizie pubblicate nel nostro web magazine e , sopratutto, quelle balzate agli onori della cronaca nazionale (Mattino 5, in primis), ha conosciuto alcuni risvolti – gli altri li chiarirà la magistratura – di una comunità alloggio per minori, la Dina Sergiacomi di Montalto nelle Marche (AP), che ospita bambini con genitori in difficoltà e/o minori allontanati dalle proprie famiglie. La vicenda – ancora in corso e con clamorosi sviluppi – ha destato preoccupazione, forse per la prima volta in Italia a livello nazionale, per via delle presunte irregolarità amministrative che sarebbero state riscontrate dai NAS ma, in particolare, per via delle immagini e del documento video che una mamma ospitata in quella struttura ha consegnato ad Antonella Flati di PSF (Pronto Soccorso Famiglie) e da questa segnalate alle autorità competenti corroborate da un esposto dell’avv. Miraglia.

Da quel momento in poi, e sopratutto dopo la messa in onda della puntata di Mattino 5, dedicata ai fatti di quella comunità, molte cose sono successe e tante ancora, in questo momento, stanno succedendo. Dopo un primo momento di smarrimento, i titolari della casa famiglia hanno “levato gli scudi”, protestando contro quella che definiscono “una messa in scena ideata da una sola ospite della struttura, donna fragile e influenzabile, con la complicità (anzi, la regìa) di un ex dipendente che ha inteso vendicarsi per via di un torto subìto“.

Giova sottolineare che, immediatamente prima la trasmissione di Canale 5, l’avvocato della struttura si sarebbe messo in contatto con l’avv. Miraglia sollecitando una “risoluzione bonaria” della questione e chiedendo di annullare ogni questione, anche televisiva. Dopo il secco rifiuto che ne è seguito, è cominciata l’opera di “demolizione” delle accuse: il filmato è stato girato in un solo locale, il piatto doccia fa parte di un bagno che non viene utilizzato, il disordine è stato messo ad arte da chi ha girato le immagini, il letto nella lavanderia non è utilizzato da nessuno…Poi l’intervento dei CC e dei NAS. Per questi ultimi pare che la notizia, pubblicata da alcuni giornali, secondo la quale i NAS non avrebbero trovato niente di irregolare (a parte qualche problemuccio amministrativo) non proverrebbe dagli operatori del Nucleo Anti Sfisticazione, ma dalla stessa Comunità. I giornali, insomma, avrebbero preso per buona la versione degli interessati. Per il momento non diamo sufficiente credito alle voci secondo le quali, poco prima della visita dei NAS, i titolari della struttura si sarebbero affrettati a pitturare pareti ammuffite, a sistemare gli arredi cadenti e a sostituire il piatto doccia incriminato (oltre a mettere ordine dappertutto…). Vedremo, siamo fiduciosi. 

Chiunque, dotato di sensibilità democratica e buon senso, dovrebbe ritenere giusto che da parte dei titolari venga esercitato il diritto a difendere le proprie ragioni, ma non riusciamo proprio a capire come mai, lo scorso 31 marzo (pochi giorni dopo le verifiche dei NAS), la mamma che ha consentito la diffusione delle immagini sia stata sottoposta, in seguito a circostanze tutte da chiarire, a T.S.O., ossia il famigerato Trattamento Sanitario Obbligatorio reso celebre dal film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cucùlo“. 

Il trattamento sanitario obbligatorio, istituito dalla legge 180/1978 e attualmente regolamentato dalla legge 833/1978 (articoli 33-35), è un atto composito, di tipo medico e giuridico, che consente l’effettuazione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale che, anche se in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuti il trattamento (solitamente per mancanza di consapevolezza di malattia). Dal punto di vista normativo, il T.S.O. viene disposto dal sindaco del comune (il sindaco è la massima autorità sanitaria di un comune) presso il quale si trova il paziente, su proposta motivata di un medico. Qualora il trattamento preveda un ricovero ospedaliero, è necessaria inoltre la convalida di un secondo medico, appartenente ad una struttura pubblica. La procedura impone infine la convalida del provvedimento del sindaco da parte del giudice tutelare di competenza. 

Orbene, ci chiediamo da quale malattia mentale la mamma fosse affetta, giacchè è tutt’ora ospite con i figli presso la struttura. Non se erano accorti prima ? Chi è il medico che ha firmato, ex legem, la proposta di un TSO ai danni della mamma, e per quale motivo ? In quale ospedale è ricoverata ? Il Sindaco di Montalto era informato della vicenda della Dina Sergiacomi (la risposta è sì, lo dicono i giornali che hanno ospitato un “botta e risposta” tra lui e Antonella Flati) ? E infine, non è inopportuno e discutibile disporre un TSO ad una donna che, guarda caso, ha accusato la comunità di irregolarità ?

E mentre si attende rispoista a questi interrogativi inquietanti, è previsto per Mercoledì un contraddittorio televisivo a Mattino 5, proprio sull’argomento. Siamo sicuri che si parlerà anche di questo. Sopratutto di questo, sperando che M. – la mamma accusatrice – non sia talmente inebetita dai farmaci da non poter intervenire.