La Concordia vista dai bambini

La dottoressa Silvia Alicandro, responsabile del dipartimento scuola per IdV Monaco di Baviera, ha segnalato questo bel articolo del Fatto Quotidiano, giornale che è  punto di riferimento per l’informazione vera e libera in Italia. Lo pubblichiamo a seguire. Si tratta di uno scritto che restituisce dignità ai bambini. Quando scrivo che i bambini e i ragazzi di oggi portano un’evoluzione molto spinta rispetto alla generazione adulta, intendo esattamente quello che si evince leggendo l’articolo e per questo lo pubblico con grande piacere perchè mi dà la possibilità di dimostrarvi cosa intendo quando parlo di loro. E sono chiaramente gli adulti che hanno molto da imparare dai bambini. Mi sembra evidente. Noi abbiamo il dovere di sostenerli e di insegnargli il bene. Ed è necessario cominciare ad osservarli e ascoltarli veramente, senza dare per scontato niente e soprattutto senza usare quelle sovrastrutture mentali tipiche degli adulti e così lontane dalla realtà oggettiva.

Dott. Valentina Peloso Morana

di Alex Corlazzoli | 1 febbraio 2012

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La Concordia vista dai bambini

Della Concordia hanno parlato tutti. Persino i bambini più piccoli ai quali insegno. Proprio loro mi hanno ricordato l’importanza di una parola: responsabilità. Non è facile parlare con loro di attualità ma qualche volta ci ho provato dal momento che, non sanno ancora leggere bene un giornale ma ascoltano alla tv dibattiti e trasmissioni di ogni tipo.

“Maestro il naufragio della Concordia è stato come il Titanic. Sulla Concordia una bambina è scomparsa e due signori non sapevano nuotare. Il capitano se n’è fregato però. Gli hanno detto di andare a salvare gli altri ma lui non è andato. Eppure un cameriere ha fatto andare le persone sulle scialuppe di salvataggio, 105 persone ha salvato”, spiega Marco.
“Ah sì ha fatto apposta il capitano ad andare contro lo scoglio”, aggiunge Lucia.
Pronta la replica di Anna: “Ma no. Non ha fatto apposta. Stava girando, ha forzato il volante ed è andato contro lo scoglio”.

Sai maestro, questa storia – mi spiega Sara – ci insegna la responsabilità. Se noi portiamo qualcuno a fare una gita in montagna dobbiamo dire lui come ci si arrampica e se si fa male dobbiamo fermarci ad aiutarlo. Ognuno di noi ha delle responsabilità. Se c’è un incendio a scuola i maestri devono uscire per ultimi perché hanno la nostra responsabilità. Anche noi abbiamo la responsabilità di aiutare mamma e papà, gli animali. Ma anche a scuola abbiamo delle responsabilità nel tenere ordine in aula. Il capitano non ne ha avuta”.

Ci voleva la vicenda della Concordia per rispolverare questa parola uscita dal vocabolario degli italiani e anche dalla scuola pubblica italiana. A volte i bambini insegnano ai maestri.

 

La sindrome di alienazione genitoriale

La Sindrome di alienazione genitoriale o meglio conosciuta come
Parental Alienation Syndrome (PAS) è stata descritta per la prima
volta negl’anni ’80 dallo psicologo forense Richard Gardner.
Egli la definisce in questi termini: « La Sindrome d’Alienazione
Genitoriale (PAS) è un disturbo dell’infanzia che si manifesta quasi
esclusivamente in un contesto di disputa relativa all’affidamento del
bambino. Il bambino lo esprime inizialmente con una campagna di
denigrazione contro un genitore, senza che ci sia alcuna
giustificazione di base. La PAS è il risultato combinato della
programmazione del genitore indottrinante (lavaggio di cervello) e del
proprio contributo del bambino nella diffamazione del genitore
bersaglio. Quando un abuso e/o una negligenza genitoriale esistono
realmente, l’animosità del bambino si giustifica e così la spiegazione
di tale comportamento con la sindrome di alienazione genitoriale non
si applica. »

La PAS è un fenomeno complesso e di difficile definizione tanto più
che si insinua sempre durante una separazione e/o divorzio, ovvero in
un momento di grande tensione tra le parti chiamate in causa. Quando i
genitori sono impegnati in un conflitto i figli, anche
involontariamente, possono esser chiamati a prendere parte per uno o
per l’altro genitore. In questo frangente diventano le pedine di un
conflitto, che spesso sfocia in un gioco perverso. È in questo
“humus” che trova terreno fertile la Sindrome di Alienazione
Genitoriale.
Chi è di solito il genitore alienante?
Negl’anni ’80, negli Stati Uniti, nell’85-90% dei casi era la madre
oggi questa percentuale è scesa al 60% dei casi.
Le ricerche empiriche evidenziano come gli uomini separandi che
utilizzano tali tecniche sono il 2%-25% e nella maggior parte dei casi
si distinguono per avere un carattere rigido ed autoritario. È anche
vero che gli uomini utilizzano metodi più diretti (es. il rapimento)
mentre le donne prediligono la manipolazione. Ciò avviene anche perché
solitamente sono quelle che passano più tempo con i figli.
Il genitore alienante si considera l’unico genitore buono, perfetto.
Il suo scopo, inconscio o meno, è quello di squalificare ed
estromettere l’altro genitore in modo da poter riparare la propria
ferita narcisistica. In generale i genitori “programmatori”
sono
immaturi, con bassa autostima e dipendenti dal figlio.

Chi ha maggiore probabilità di diventare il genitore bersaglio?
In due terzi dei casi è il padre. Inoltre ha maggiore probabilità di
diventare bersaglio il genitore al quale viene attribuita la
responsabilità della conclusione del rapporto (soprattutto se è stato
infedele o ha intrapreso una relazione immediatamente dopo la
separazione), quello che è più distaccato affettivamente, o aggressivo
o al contrario più passivo nelle questioni di affidamento.

Le peculiarità che più si riscontrano nei bambini maggiormente
influenzabili sono egocentrismo, bassa autonomia e autostima,
asservità, essere figli unici, paura e/o ansia anche indotte, presenza
di sensi di colpa. Le ricerche evidenziano come sino ai 2 anni il
bambino è poco influenzabile, mentre da questa età in poi la
suggestionabilità cresce fino ai 7/8 anni e rimane costante fino ai
15/16 anni. Successivamente, con l’arrivo dell’adolescenza, le
critiche e le accuse ingiustificate nei confronti del genitore
bersaglio derivano da un’ intenzione a mentire (più o meno
influenzata
dalla manipolazione genitoriale).

Gli effetti a breve e lungo termine nei confronti del figlio si
differenziano in base alla durata e intensità della manipolazione,
dalle tecniche utilizzate e dall’età e risorse del medesimo. In
generale gli effetti riscontrati sono (Gulotta 2001): aggressività,
mancanza di autocontrollo e acting-out, problemi scolastici, paura
immotivata dell’altro genitore, confusione emotiva e/o intellettiva,
disordini alimentari, del sonno, dell’attenzione e/o psicosomatici
in
generale, bassa autostima, regressione, futuro carattere
manipolatorio, comportamenti autodistruttivi e/o ossessivo compulsivi,
disturbi relazionali ed emotivi, depressione. In alcuni casi si
riscontrano tossicodipendenza e alcolismo, e nei casi più gravi si
riscontrano sindromi di tipo psichiatrico.

Le strategie per “alienare” il figlio possono essere di due tipi:
dirette ed indirette.
È più facile trovare riscontro di quelle dirette, ad esempio quando un
figlio riporta letteralmente le opinioni del genitore alienante nei
confronti dell’altro.
Le strategie indirette sono più sfumate e vanno ad incidere
sull’opinione e comportamento dei figli in maniera più sottile.
Solitamente esse fanno leva sulle emozioni del bambino. Alcuni esempio
potrebbero essere i seguenti: narrare episodi denigratori dell’altro
genitore, proporsi come il genitore che soddisfa i desideri del figlio
che l’altro magari disapprova (induzione all’alleanza), cercare di
togliere lo status di padre chiamandolo con il nome proprio o facendo
sparire le sue foto in casa, enfatizzare il proprio ruolo di genitore
e allo stesso tempo denigrando l’altro, manipolare la situazione dando
informazioni erronee dell’altro genitore in modo da far sorgere
conflitti o fraintendimenti, marcare le differenze a favore della
propria immagine, indurre al senso di colpa se il figlio dovesse
preferire l’altro, induzione del dubbio magari facendo credere al
figlio che l’amore dell’altro genitore è interessato o falso,
induzione della paura dicendo al figlio che i suoi contatti con
l’altro sono pericolosi per qualche motivo.

Alla base della PAS ci sono le seguenti motivazioni (Gulotta, 2001):
ottenere l’affidamento esclusivo del figlio, vendetta contro l’ex
partner, ottenere concessioni economiche, convinzione di essere il
genitore più adatto,desiderio di controllo e/o potere, allontanare il
figlio dal partner (ritenuto) criminale, tossicodipendente o
antisociale, timore di perdere l’affetto del figlio, gelosia
rispetto
la nuova condizione del partner, desiderio di staccarsi emotivamente
dal partner, mantenimento della relazione con il partner tramite il
conflitto.

Alla luce di quanto detto è doveroso sottolineare che la diagnosi di
PAS è complicata tanto più che può esserci anche in assenza di una
reale volontà da parte del genitore di influenzare il figlio e le
tecniche di manipolazione sono spesso indirette.
Inoltre è risaputo che in tutti i contesti familiari, anche in quelli
che non attraversano separazioni e divorzi, esistono delle alleanze
spontanee di preferenza di un genitore piuttosto che un altro, alcune
volte provocate e in alcuni casi collusive.
Inoltre l’educazione di un genitore è già di per se un desiderio di
influenzare le scelte e preferenze del figlio e le ricerche risaltano
come, soprattutto durante le separazioni, entrambi i genitori fanno
attribuzioni di tipo self-serving ai danno dell’altro ovvero
entrambi
offrono al bambino la propria visione della realtà, ricostruita ad hoc
per giustificare o giustificarsi.
Chi è chiamato a fare diagnosi di PAS deve distinguere dove finisce
l’influenza educativa e dove sfocia in manipolazione, quando vi è
una
preferenza “naturale” da quando invece essa è condizionata e
quindi
portare alla compromissione di un’armonica crescita del figlio.

Dott.ssa Zaida Colonna