Bambini in casa-famiglia business da un miliardo all’anno – Repubblica.it 03/05/11 22.02
Cronaca
INCHIESTA ITALIANA
Bambini in casa-famiglia
business da un miliardo all’anno
In Italia sono ventimila i minori ospiti di strutture. L’affare consiste nel prolungare i tempi di permanenza. Solo un piccolo su cinque è affidato a coppie in
attesa
di PAOLO BERIZZI
Si chiamano Marinella, Mirko, Daria, Luciano, Valentina. Altri hanno nomi di battesimo
esotici o che evocano genealogie di altri paesi europei (molto Est). Non si può nemmeno
dire che siano figli di un dio minore: sono figli di nessuno. Anzi: sono, diventano, figli
delle istituzioni. Dei servizi sociali. Dei tribunali. Di una sentenza. Entrano in una casafamiglia
da neonati e, sembra paradossale, a volte ci restano fino a quando diventano
maggiorenni. E per tutto quel tempo capita che si chiedano perché non li affidano a una
famiglia, visto che un nuovo padre e una nuova madre si sono fatti avanti e non vedono
l’ora di riempirli di affetto, di amore. Può persino accadere che, una volta raggiunti i 18
anni, e uscito dalla struttura in cui sei cresciuto, ti tocchi ritornare nella famiglia di origine.
Come se il tempo non fosse mai passato, o, peggio, inutilmente.
L’ESERCITO DI NESSUNO
In Italia ci sono oltre 20 mila giovani – tra neonati, bambini e ragazzi – ospitati da strutture di accoglienza. Sono istituti riservati a
chi è stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Solo uno su cinque di questi ospiti viene assegnato
(con adozione o affido) dai tribunali alle famiglie che ne fanno richiesta (più di 10mila). È una media bassissima, tra le più scarse
d’Europa. Il motore che alimenta questa “stranezza” italiana è una nebulosa dove le cause nobili lasciano il posto al business e
agli interessi di bottega. Ogni ospite che risiede in una casa-famiglia costa dai 70 ai 120 euro al giorno. La retta agli istituti (sia
religiosi sia laici) viene pagata dai Comuni. Soldi pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta “in casa”. Un giro
d’affari che si aggira intorno a 1 miliardo di euro l’anno. Tanto ricevono le oltre 1800 case famiglia italiane per mantenere le loro
“quote” di minori. Ma un bambino assegnato a una coppia è una retta in meno che entra nelle casse della comunità. E così,
purtroppo, si cerca di tenercelo il più a lungo possibile. La media è 3 anni. Un’eternità. Soprattutto se questo tempo sottratto alla
vita familiare si colloca nei primi anni di vita. Quelli della formazione, i più importanti per il bambino.
Anche da qui si capisce perché migliaia di coppie restano in biblica attesa che le pratiche per l’adozione o l’affido si sblocchino.
Poi ovviamente ci sono anche altri fattori, la maggior parte dei quali legati alle lungaggini e alle complicazioni burocraticogiudiziarie.
Da dove nasce questo cortocircuito? Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che provengono da situazioni
difficili, molto spesso drammatiche? “Il mondo degli affidi e delle case famiglia sta attraversando un momento difficilissimo – dice
Lino D’Andrea, presidente di Arciragazzi, un’associazione nazionale che si occupa di diritti dell’infanzia – . Ci sono situazioni che
vanno ben oltre la soglia della decenza e della dignità umana. Mi riferisco, in particolare, ai casi più estremi. Che purtroppo sono
diffusissimi. E cioè quei ragazzi maggiorenni che usciti dagli istituti non sanno dove andare. Una cosa del genere non dovrebbe
essere tollerata. Perché è l’esatta negazione della funzione delle case famiglia. La rappresentazione esatta di come l’obiettivo di
una struttura di accoglienza – che dovrebbe essere un luogo di transito, una specie di “parcheggio” temporaneo in attesa
dell’affido – può naufragare”. A Napoli ci sono due comunità di Arciragazzi. Altre tre erano a Palermo. Dopo mille difficoltà,
D’Andrea ha dovuto chiuderle. Perché? “Il Comune di Palermo non ha mai pagato le rette (alla fine ammontavano a più di
750mila euro)” – spiega. In pratica l’epilogo opposto rispetto a quanto accade in altri comuni e per altri istituti, che campano
proprio perché alimentati dal rubinetto dei fondi pubblici (ultimamente un po’ a secco per la mancanza di risorse dei Comuni). “I
ragazzi sono finiti tutti a casa mia. Uno l’ho anche preso in affidamento. L’alternativa era la strada. Ma uno che lavora coi ragazzi
- con questi ragazzi – piuttosto che lasciarli in mezzo alla strada se ne va lui di casa”.
COME PACCHI POSTALI
Il destino più comune per un bambino che cresce in una casa famiglia è quello di diventare un pacco. Sballottato di qua e di là,
da una comunità all’altra. A volte i centri se li contendono come merce preziosa. Perché con un minore “in casa” ogni giorno
Consiglia 2 mila
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piovono dal cielo rette da 70 euro a 120. Una “diaria” di cui si fa un utilizzo non esattamente “pieno”. Operatori laici o suore
riescono a contenere le spese facendole stare abbondantemente dentro la retta concessa dai Comuni. Quello che resta diventa
liquidità a disposizione della struttura (molte case famiglia vengono mantenute con fondi messi a disposizione dal ministero della
famiglia e anche grazie a donazioni private).
Quante sono le case famiglia in Italia? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più recenti parlano di oltre
1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Con alcune regioni – Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia – che raggiungono
numeri più consistenti (tra le 250 e le 300). Nonostante le casse (e i relativi finanziamenti) di molti Comuni siano al verde, le
case-famiglia sono in continuo aumento. Il problema è che non esiste un monitoraggio. Si conosce pochissimo di questi posti e di
quello che accade all’interno. Numeri, casi, situazioni, problemi, nella maggior parte dei casi vengono portati all’esterno solo
grazie alla sensibilità di qualche operatore e/o assistente sociale. Perché una banca dati c’è ma è insufficiente e non esiste un
vero censimento. Dopo che nel 2008 i parlamentari Antonio Mazzocchi e Alessandra Mussolini (presidente della commissione
bicamerale per l’Infanzia) hanno lanciato un appello al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e al presidente del consiglio
Berlusconi, il sottosegretario alla giustizia Casellati ha varato un database “all’italiana – incalza Mussolini – perché riguarda solo le
adozioni e non contempla anche i casi, numerosissimi, di affido. La realtà è che aspettiamo ancora un censimento vero e proprio
e un adeguamento così come prevede la legge 149/2001″ (progressiva chiusura degli orfanotrofi, inserimento dei bambini nelle
famiglie attraverso lo strumento dell’affido, per arrivare gradualmente a un’adozione, o all’inserimento dei minori nelle case
famiglia).
L’ASSENZA DI CONTROLLI
E i controlli sui luoghi dove i bambini vengono parcheggiati? Chi vigila sugli istituti che ospitano i senza-famiglia? “Esistono
centinaia di enti e associazioni no profit che hanno il compito di rilevare la statistica esatta del numero dei bambini in attesa e
degli adottandi-affidandi. Ma nessuno è in grado di fornire numeri esatti”. Risultato: ancora oggi non esiste un monitoraggio
attendibile. “Cerchiamo di raccogliere più dati possibili – dice Francesca Coppini, dell’Istituto degli innocenti di Firenze (tre
strutture residenziali per piccoli da 0 a 6 anni, mamme e gestanti) – ma è tutt’altro che facile in mancanza di una vera
organizzazione da parte delle istituzioni”.
Buio pesto anche sul fronte delle verifiche. “Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una giustifica delle
spese – aggiunge Lino D’Andrea – . Sarebbe utile che ogni casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i
fondi: quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie attività. Il punto è che, in assenza di
informazioni, i bambini stanno in questi posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non incontrano amici,
non fanno sport né gite”.
Il numero di bambini senza famiglia è oscillato negli ultimi anni tra i 15mila e i 20mila. Oggi sembra essersi assestato intorno alla
sua punta massima. Ma il controllo dei “flussi” è anche un problema legato alla sicurezza (adescamento, pedofilia).
C’è anche un problema di competenze. Sull’infanzia ci sono troppe deleghe sparpagliate tra vari ministeri (Pari opportunità,
Lavoro, Giustizia, Gioventù) e anche senza portafogli. Con il risultato che, non essendoci un unico soggetto che si occupi di
infanzia abbandonata, si finisce per trovarsi di fronte una nebulosa in mezzo alla quale si capisce poco e niente.
Gli orfanotrofi non sono ancora scomparsi del tutto. Alcuni sono stati convertiti in case-famiglia: anche due o tre comunità nello
stesso edificio. Una per piano. Poi le altre storture. Nel libero mercato delle comunità per minori abbandonati, c’è chi, per essere
competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro. Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far
confluire nella tua struttura attraverso l’input dei servizi sociali che, a cascata, agiscono su indicazione del tribunale.
Altra nota dolente, i tribunali. Solo nel tribunale di Milano, ogni anno si accumulano 5mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con
a carico almeno un minore. “I magistrati non riescono a seguire la pratiche perché i ragazzi raramente sono seguiti dal territorio di
competenza – ragiona un operatore dell’infanzia – . La maggior parte sono parcheggiati in un posto senza che nessuno lo segua
davvero”.
Le storie che vengono a galla compongono un campionario da fare accapponare la pelle. Ma se si prova a restare lucidi, si
capisce come ogni vita congelata o sfilacciata, ogni odissea che abbia per protagonista un bambino “di nessuno” si deposita sullo
stesso fondo di mala amministrazione. “Le case-famiglia sono una risorsa importante per il reinserimento del minore – spiega
l’avvocato Andrea Falcetta, di Roma – ma la permanenza di un bambino va gestita con cura e deve rispondere a un unico criterio:
trovargli il prima possibile una collocazione familiare”.
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Paolo ha compiuto 18 anni dentro un istituto dell’Aquila. La responsabile, una suora, quando Paolo era adolescente, sostiene e
favorisce per un anno gli incontri con una coppia con due figli, di cui uno adottivo. A legame consolidato, la coppia si offre per
l’affidamento di Paolo, la suora cambia idea e il tribunale nega l’affidamento. Ora, con la maggiore età, è la stessa famiglia ad
occuparsi del ragazzo. Brescia. Monica, 7 anni, subisce molestie dal padre; la mamma si rivolge al tribunale e ai servizi sociali: i
quali decidono di mettere la bambina in un istituto punendo anche la madre. Una bambina di Lecce viene strappata ai genitori
accusati di non nutrirla abbastanza perché vegetariani. la famiglia resta in una comunità per quasi un anno. la madre è
autorizzata a stare con la bambina nell’istituto di suore, per essere “rieducata” dagli assistenti sociali. La signora testimonia che
nei lunghi e numerosi colloqui con gli educatori non si è mai parlato delle possibili problematiche della bambina ma le domande
che le venivano poste riguardavano solo i suoi rapporti sessuali con il marito. Oggi, riottenuta la figlia dal tribunale, genitori e
bambina sono emigrati felicemente in Svizzera. Roma. Il tribunale affida Daria, 4 anni, ai servizi sociali e questi la indirizzano in
un “centro di aiuto” contro la volontà dei genitori (gli esami escludono ogni tipo di violenza sulla bambina). Tuttavia sono gli stessi
genitori a chiedere all’Asl un’insegnante di sostegno visto il lieve ritardo psichico di cui soffre la bambina. Ricusato il consulente
del tribunale e nominato uno nuovo, emerge infine che i problemi di Daria erano dovuti ad una sofferenza da parto (mancanza di
ossigeno per qualche istante) e che dunque avevano natura medica e non psicologica: dopo 8 mesi di casa famiglia la bambina
viene rimandata a casa dal tribunale. Bologna. M. e C. sono sposati, abitano in periferia, redditi non fissi, lui operaio in nero.
Hanno un bimbo di 8 anni. Vengono dichiarati decaduti della potestà genitoriale a causa di un procedimento nato dalla denuncia
di due maestre: “Il bambino sa troppe cose riguardo alla sessualità”. Era accaduto che il bambino si era alzato, era andato in
salotto dove il padre stava guardando un film pornografico. L’uomo, secondo gli assistenti sociali, aveva manifestato un’assenza
totale di autocritica rispetto all’episodio e si era sollevato da ogni responsabilità; mentre davanti al giudice aveva ammesso “aveva
solo2-3 anni, pensavo non capisse. Credo ora di avere sbagliato”. Ricoverato in una comunità, il bambino è stato poi dichiarato
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invano istanze per ottenerne l’affidamento e scongiurarne l’adozione. Strappati agli affetti e spremuti nella crescita. Così va la vita
dei figli di nessuno.